detto Moliére

Teatro delle Albe


Teatro Ermanno Fabbri , Vignola

15/10/2010 21.00  
16/10/2010 17.00  

di: Marco Martinelli
ideazione: Marco Martinelli e Ermanna Montanari
spazio, luci e costumi: Enrico Isola, Claire Pasquier
musiche originali: Eloi Baudimont
musicisti: Thomas Giry, Marti Melia, Nico Roig
consulenza storica e discussioni su tutto: Gerardo Guccini
in scena: Alessandro Argnani, Roberto Corradino, Jean-Claude Derudder, Lindsay Ginepri, Roberto Magnani, Kingsley Ngadiuba, Mélissa Pire, Guido Ravaioli, Lorenzo Soleri, Viviane Thiébaud, Guillaume Verstraete
gli allievi del Conservatoire Royal de Mons, Aubeline Barbieux, Christophe Canu, Laure Cecilio, Mathilde Goeris, Sophie Guisset, Lionel Liégeois, Mathieu Moro, Anaïs Pellin, Jonathan Robert, Mélodie Valemberg, Marie Vanrossomme
gruppo degli adolescenti delle scuole di Vignola
responsabili tecnici: Enrico Isola, Manu Yasse
tecnico del suono: Julien Rasetti
tecnici di palco: Thibaut Dubois, Luca Fagioli, Danilo Maniscalco
costruzione scene: Vincent Rutten
cura dei costumi: Laura Redaelli
assistente alla regia e traduzioni: Francesco Mormino
regia: Marco Martinelli
produzione: le manège.mons/Centre Dramatique, Teatro delle Albe-Ravenna Teatro, La Rose de Vents Scène Nationale Lille Métropole, la Maison de la Culture de Tournai in collaborazione con Conservatoire Royal et Centre des Arts scéniques di Mons

Spettacolo in italiano e francese

Durata: 2h

PRIMA NAZIONALE


VIE presenta il primo atto del progetto che il regista Marco Martinelli ha dedicato al celebre drammaturgo francese a pochi mesi dal debutto modenese de l’Avaro. Detto Molière vede impegnati fianco a fianco attori italiani e belgi, un trio di musicisti e gli allievi dell’Accademia di Arte Drammatica di Mons città belga che ne ha ospitato lo sviluppo e la genesi. Protagonista in scena Jean Baptiste Poquelin, detto Molière appunto, un vivace bambino di dieci anni che orfano di madre, viene affidato alle amorevoli cure del nonno Louis de Cressè. Con felice intuizione drammaturgica Martinelli trascina attori e spettatori in un fulmineo flash forward ed ambienta lo spettacolo in uno spazio proprio del nostro tempo, attorno a un ring di wrestling.





"Che cos'è il teatro oggi per un bambino? Anticaglia? Può lo sguardo di un bambino appassionarsi al teatro oggi, come ci si appassionava Jean Baptiste Poquelin nella prima metà del '600, quando il nonno materno lo prendeva per mano e lo portava nei teatri di Parigi, ad assistere alle tragedie di Corneille e di Jean de Rotrou? E soprattutto Jean Baptiste si entusiasmava nel caos turbolento della fiera di Saint Germain, davanti ai giochi degli "infarinati", gli attori delle farse francesi, davanti ai finti dottori e servi bastonati, davanti ai lazzi della "commedia" inventata dagli italiani. La farsa era allora, a partire dalla sua etimologia, "carne tritata", il mondo triturato e rovesciato dalla sapienza dei teatranti, e tale sapienza Jean Baptiste se la porterà dietro anche quando sarà detto Molière, quando scriverà L'Avaro e Il Misantropo, con il suo urticante sguardo tragi-comico. Fin dove arriva il teatro oggi? Riesce ancora a fare a pezzi il mondo per svelarne l’intima fragilità? Ma soprattutto, è in grado di farlo con la vitalità gioiosa di allora, quando un'intera società, vecchi e bambini, poteva ridere dei potenti e sognare insieme attorno al palcoscenico? Questa è la sfida del nostro Detto Molière, un Molière che lotta, un Molière che fa wrestling, un corto circuito tra quegli antichi maestri del comico e il fantasma di quella sfuggente e patetica e sempreviva felicità".
Marco Martinelli e Ermanna Montanari

LETTERA AGLI ATTORI DEL detto Molière

Cari amici e compagni,
questa letterina è per fissare sulla carta le cose che ci siamo detti alcuni giorni fa, alla fine delle prove, e che valgono come paletti concreti per la nostra creazione.
1. La commedia dell'arte non esiste. E' una tradizione finita più o meno alla fine del Settecento. Non esiste un repertorio di codici trasmessi da generazione a generazione, come in certi teatri orientali.
2. E' avvenuto che a metà del ‘900 un geniale regista italiano, Giorgio Strehler, e il suo attore Marcello Moretti, nel mettere in scena Arlecchino servitore di due padroni, un testo di Goldoni, hanno totalmente reinventato, resuscitato una maschera antica: "non avevamo nulla da cui partire", lo dice Strehler nel suo diario. Hanno creato una maschera, una gestualità, un mito: dal nulla.
3. Proprio dal nulla? No, non si crea mai niente dal nulla. L'hanno creata partendo dalla propria fantasia, da qualche immagine trovata in libri polverosi, dai film che avevano visto di Buster Keaton e dei Fratelli Marx e con i quali sentivano avere una sintonia profonda, dalle situazioni che vedevano al caffè o in strada, tra gli operai e i contadini (visto che Arlecchino è un servo, studiavano i suoi discendenti tra la gente semplice).
4. Così Strehler e il suo Arlecchino hanno portato in giro per il mondo quella "creazione", era talmente bella che si è creato l'equivoco: ecco l'antica commedia dell'arte italiana, han pensato in tanti. Alcuni grandi creatori come la Mnouchkine sono partiti da lì per fare la "loro" creazione, altri hanno semplicemente imitato e usato quella creazione come un clichè prefabbricato, buono per vendere seminari e laboratori (ben pagati...) sulla Commedia dell'arte.
5. Questa è storia del teatro. Ma a noi interessa sapere: cos'è la farsa per noi? Cos'è la commedia dell'arte, per noi che facciamo il DETTO?
6. E' un sapere del corpo. E' "carne tritata", riguarda quell'impasto materia-psiche che siamo. E' del nostro corpicino o corpaccione che ridiamo, del nostro correre storti nel mondo... Kant diceva che l'umanità è un legno storto... è del nostro essere avidi, meschini, ipocriti, creduloni, che facciamo "commedia". E lo facciamo sia con le parole, le battute di Molière e quelle che ci inventiamo noi, sia con il volume dei nostri corpi, solisti e coro.
7. Nel DETTO il coro è sullo stesso piano di importanza dei solisti. Nel DETTO l'ascolto dei compagni è la prima regola, l'accordarsi insieme come una grande orchestra. Capisco la vostra difficoltà: Marco (pensate) non ci da una partitura "precisa" all'inizio, ci chiede di costruire una massa di uomini o donne che gridano gli uni contro gli altri, come un gruppo di massaie al mercato o un gruppo di operai in sciopero, e nello stesso tempo ci chiede di costruire una massa che abbia un suo ritmo, una sua "musica" interna. Infatti: vi chiedo di essere costantemente all'erta. Di creare insieme a me, quella partitura "precisa", che io non vi do all'inizio perchè deve essere il risultato di un processo. Vi chiedo di essere disciplinati nel caos. Di essere pieni di energia nel dare una forma al caos. Alle urla. E di non sentirvi "annullati" nel coro: non pensate di non essere "visti". Il mio lavoro è "guardarvi" tutti, costantemente, dal primo minuto delle prove fino all'ultimo. E come me, così faranno gli spettatori, sera dopo sera.
8. Possiamo "resuscitare" la farsa e gli "infarinati" solo se non ci appoggiamo a codici prefabbricati, ma se lavoriamo a fondo sul gioco scenico "a partire" da quello che siamo. Abbiate fiducia, guardate, osservate, studiate il vostro corpo, la vostra "maschera" naturale! Potete piegarla in tante direzioni, farle suonare musiche diverse, tragiche e comiche, ironiche e grottesche. Guardate la realtà accanto a voi, anche un uomo o una donna che litigano in un caffè possono insegnarvi qualcosa. Nutritevi di tutto, della realtà come dei sogni (parlo proprio dei sogni che facciamo la notte, quando il cervello apparentemente si spegne, e invece continua a creare, i sogni ci sono più maestri più di quel che pensiamo), e di quei particolari "sogni" che sono gli spettacoli, i film, i libri, l'arte in generale. Tutto quello di cui faccio esperienza è il bagaglio dal quale posso estrarre "cose" che poi, trasformandole, potranno rendermi un attore vero, non un mestierante. Un attore vero: un CREATORE. Di più: non solo un creatore di teatro, ma, attraverso il teatro, un creatore di umanità. Una persona responsabile cui stanno a cuore la bellezza della propria anima, e la bellezza del mondo che lo circonda.
9. Dobbiamo guardare ai grandi maestri del comico degli anni '30 del secolo scorso: Charlie Chaplin, Buster Keaton e i Fratelli Marx negli Stati Uniti, Karl Valentin in Germania, Totò in Italia. Sono maestri di eleganza e di scatenamento. Se li guardiamo, vediamo in essi delle personificazioni del grande fiume del COMICO che da Aristofane arriva ai nostri giorni, passando per gli infarinati di Saint-Germain: non ci sono codici prefabbricati, come abbiamo detto, ma allo stesso tempo l'umanità è stupida oggi come nell'Atene del V secolo! E allora accade che certi "meccanismi" comici che trovi in Aristofane li ritrovi pari pari in Molière e poi nei fratelli Marx. Come un fiume "carsico" che si inabissa, sembra scomparire e poi torna alla superficie.
10. Dobbiamo resuscitare quei "meccanismi". Quei "meccanismi" che Molière trovò tra gli infarinati e gli italiani, quella sapienza d'attore sulla quale, da attore, costruì poi la propria forza di drammaturgo, senza i quali non sarebbe esistito il drammaturgo. Analizziamo una scena, guardiamola "dal di sotto", scopriamo (NEL FARE) come essa sia Teatro, e non letteratura: non si tratta di appiccicare a uno scambio di battute la "nostra" interpretazione, si tratta di vedere quanta energia esplosiva (intendo COMICA) liberano quelle battute se diventano corpo. Postura. Gioco degli occhi. Pausa. Ritmo frenetico, epilettico. Improvvisazione. Già, improvvisazione! Pensateci, noi leggiamo un testo di Molière ma non sappiamo dare la paternità a tutte quelle battute a lui accreditate. Se lo sapessimo... questa è di Molière? No, questa è una trovata di La Grange, Molière ha riso e ha detto: mettiamola nello spettacolo. E quel modo particolare di dire di quella sua attrice, anche quello è finito nel testo. Così faccio anch'io con le vostre "migliori" improvvisazioni. State partorendo insieme a me un'opera del tutto nuova. Stiamo partorendo insieme un mondo.
11. Ma tutto questo è semplice? E' difficile? E' semplice o è difficile far ridere? E' tutte e due le cose insieme. E' la cosa più naturale e artificiale (allo stesso tempo). Non c'è niente di peggio dell'attore che strizza l'occhio al pubblico in modo banale, ma non c'è niente di più bello dell' attore che gioca in energia con gli spettatori, come un folle o un bambino, e libera la sua carica anarchica e sovvertitrice.
12. Popolare o avanguardia? Per tutti o per pochi? Per quel che mi riguarda, un solo avvertimento: fate attenzione ai pedanti! Le grandi opere, da Aristofane a Mahler, parlavano a tanti livelli differenti, "toccavano" sia i colti che il popolo. Oggi ci sono in giro tanti pedantucoli, tanti "dottorini" e tanti "marchesetti" del teatro, che sanno solo storcere il naso davanti a opere che cerchino di far nascere a un livello profondo (non banale) quel tipo di unità di opposti. Il nostro DETTO sarà insieme popolare e d'avanguardia, comico e raffinato: Molière ne sarà contento, ve lo posso assicurare, quei dottorini e quei marchesetti no. Ma che ci importa! Dei dottorini e dei marchesetti Molière se n'è sempre infischiato, e li ha derisi alla grande.
13. Tutto il detto Molière è un sogno dentro un sogno, innescato da un folle che si crede Louis de Cressè. O forse quel vecchio è proprio il fantasma di Louis de Cressè, un morto che ci viene a cercare sorridente? E se invece quel vecchio fosse davvero il nonno, il nonno vero di quel bambino col game-boy che si chiama Hippolyte, o Matteo, e che magari è scappato di casa per andare a vedere una serata di catch, e lui si ostina a chiamarlo Jean-Baptiste, e a parlargli della fiera di Saint-Germain? Ripeto: nessuna di queste risposte è quella giusta. Tutte lo sono, INSIEME.
14. E quindi, e per concludere, chi sogna chi? E' il bambino che sogna la sua grande notte di catch, e sogna Sganarello come un buffo lottatore, o è Sganarello che per resuscitare ha bisogno di sognare un bambino in blue-jeans? E noi spettatori, chi sogniamo, e dentro quale sogno siamo sognati? Gli infarinati hanno il volto bianco come gli spiriti dei morti, che risorgono sempre. Come i clown. Il Passato, la Tradizione, è il volto di un bambino che ride, e crea il mondo.
Di che colore era, il cielo di Saint-Germain? Di che colore è il nostro?
Vi abbraccio forte
Marco
Mons, gennaio 2010


www.teatrodellealbe.com

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Vie Scena Contemporanea Festival è un'iniziativa di Emilia Romagna Teatro Fondazione, www.emiliaromagnateatro.com
realizzazione sito internet: Web and More S.r.l.

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