Ubu buur

dall'irriducibile Ubu di Alfred Jarry

Teatro Storchi, Modena

18/10/2007 21.00  

drammaturgia e regia Marco Martinelli
ideazione Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Mandiaye N’Diaye
con Mandiaye N’Diaye (Padre Ubu), Ermanna Montanari (Madre Ubu), Roberto Magnani (Bordure), Danilo Maniscalco (Re di Polonia)
e con Boubacar Diaw, Moussa Gning, Mamadou Kaire, Mame Mor Diop, Aliou N’Diaye, Cheikh N'Diaye, Mamadou N’Diaye, M’Baye Babacar N’Diaye, Mor Ndiaye, Mouhamadou N’Diaye, Ndiaga N'Diaye (coro dei Palotini-ribelli), Janet Ngadiuba (Regina Rosmunda), Kingsley Ngadiuba (Zar di Russia), Amadou Sow (Burgelao)
scene Ermanna Montanari
costumi Ermanna Montanari, Roberto Magnani
disegno luci Francesco Catacchio
suono Enrico Isola
tecnici di palcoscenico Luca Fagioli, Danilo Maniscalco, Massimiliano Rassu
produzione Ravenna Teatro, Festival des Francophonies en Limousin, Comune di Ravenna-Assessorato alle Politiche Giovanili, Provincia di Ravenna in collaborazione Teatro Festival Italia (Napoli), VIE Scena Contemporanea Festival (Modena)
ringraziamenti A.N.G.E.L.O., Garden Center Il Gelso, Merceria La Beneficenza, Valérie Monnier, Plasticose, Post Post, Sartoria Pasini Zoli, Sporty

DURATA: 1h 30min senza intervallo

SPETTACOLO IN ITALIANO, WOLOF E DIALETTO ROMAGNOLO


Quello che ci colpì anni fa, alla prima lettura dell’UBU RE, è il modo in cui Jarry aggredisce il Teatro in quanto Museo. Partendo da una suggestione adolescenziale – il gioco drammatico di una classe di studenti nella Bretagna di fine Ottocento che mette alla berlina un professore, facendo di lui il “re del mondo” e allo stesso tempo il simbolo di ogni stupidità, orrore, ingiustizia - Jarry trasforma la scena come un alchimista: i personaggi a tutto tondo del teatro ottocentesco vengono spogliati da ogni psicologia, vengono resi maschere, marionette, icone impazzite di un teatro che recupera radici antiche, sacre e comiche, come in quell’Aristofane che il giovane avanguardista riteneva il proprio modello.
Per far deflagrare la forma Museo, il luogo dei fantasmi e dei morti, Jarry realizza non tanto una “messa in scena”, quanto una “messa in vita”, ponendo lo spettatore davanti alla propria caricatura grottesca. Questo UBU BUUR cerca a sua volta di ripercorrerne la genesi, di mostrarne i nodi originari essenziali, ricostruendo l’universo magmatico-adolescenziale che tale partitura drammaturgica ha generato, che ha prodotto quelle maschere comiche e sanguinolenti.
E’ in questa “messa in vita”, in questo Museum Historiae Ubuniversalis, che prendono forma l’ambiguità e la tensione tragi-comica dello spettacolo: sono gli adolescenti, i “Palotini” per dirla con Jarry, a creare le marionette dei potenti, o sono invece le marionette di Padre Ubu e Madre Ubu e del traditore Bordure a muovere i desideri e le ossessioni degli adolescenti? Chi è il burattino, chi il burattinaio?
Dal ’98 giriamo il mondo con I POLACCHI, uno spettacolo in cui a dar vita alle maschere ubuesche è un coro di adolescenti italiani: nel gennaio del 2007 siamo andati a reinventarlo nel cuore del Senegal, a Diol Kadd, un villaggio dove manca la luce elettrica e l’acqua la si attinge al pozzo. E che cosa succede se il coro dei palotini è un coro di adolescenti senegalesi? Succede che la Polonia, lo scenario fantastico e surreale del testo originale, il “nessun luogo” di Alfred Jarry che è “tutti i paesi del mondo”, si colora nel nostro Museum di pennellate africane, dove Padre Ubu con la sua selvaggia ingordigia ci appare come uno dei tanti dittatorelli che insanguinano quel continente, mentre Madre Ubu gli sta accanto come la sua femme occidentale, di un biancore irreale, un fantasma attraversato da mille voci, mentre Bordure è un ufficialetto dalla lingua penzolante come un cane. Succede che il wolof di Padre Ubu viene centuplicato dal wolof dei suoi palotini, e il dialetto di Madre Ubu rivela il suo sostrato celtico in singolari assonanze con la lingua francese di quei bambini-soldati, fieri e disperati, il cui capitano, ammazzando il re di Polonia, diventa a sua volta “buur”, ovvero re. Succede che le antiche favole degli spiriti notturni, raccontate alla luce del fuoco, fanno cortocircuito con i segni del presente di un pianeta unificato e reso piccolo dalla comunicazione, dove nelle capanne sotto l’equatore, assediate dal deserto, trovi i segni delle merci occidentali, le icone dei calciatori europei. Succede infine che Jarry ci dimostra ancora una volta la vitalità ubuniversale della sua maschera, capace di raccontare l’idiozia del potere e il sogno anarchico degli adolescenti a qualsiasi latitudine del mondo.

Marco Martinelli

Spettacolo

Programma
Vie Scena Contemporanea Festival è un’iniziativa di Emilia Romagna Teatro Fondazione, www.emiliaromagnateatro.com