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A puerta cerrada

Serge Nicolaï


Pubblico. Il Teatro di Casalecchio di Reno, Casalecchio di Reno

24/05/2013 21:00  
25/05/2013 17:30  

compra da vivaticket

da "A porte chiuse" di Jean-Paul Sartre
regia e scene Serge Nicolaï (Théâtre du Soleil)
assistente alla creazione Olivia Corsini (Théâtre du Soleil)
musiche originali Jean-Jacques Lemêtre (Théâtre du Soleil)
luci Fernanda Balcells e Elsa Revol (Théâtre du Soleil)

assistente alla regia Maria Gracia Garat
direzione di scena Fabio Petrucci, Victoire Berger-Perrin, Maria Gracia Garat
adattamento e traduzione Serge Nicolaï e Olivia Corsini
con Maday Mendez, Josefina Pieres, Nicolas Sotnikoff, Daniel Cabot

organizzazione (Italia) Claudio Ponzana

coproduzione Fabio Petrucci (Timbre4 - Buenos Aires), Clara Pizarro (Patio de Actores - Buenos Aires), APC Productions (Parigi), Théâtre du Soleil (Parigi)
con la collaborazione di Ambasciata di Francia - Buenos Aires, Instituto Nacional del Teatro (Argentina), Alliance française - Buenos Aires
si ringrazia Associazione Artisti Drama per la collaborazione

Durata 1h 30’

Prima nazionale

Spettacolo in lingua spagnola con sottotitoli in italiano




VIE Festival ospiterà il 24 e 25 maggio presso Pubblico. Il Teatro di Casalecchio di Reno A puerta cerrada frutto di un fortunato incontro, quello fra Claudio Tolcachir, direttore del Teatro Timbre 4 di Buenos Aires, e Serge Nicolaï, attore del Theatre du Soleil: “Il mio desiderio di mettere in scena Huis Clos è nato prima di tutto da un incontro: l’incontro di un attore con altri attori” afferma lo stesso Nicolaï che prosegue “Ormai diversi anni fa, incontrai la compagnia Timbre 4 e il loro regista Claudio Tolcachir a Parigi. Fui immediatamente sedotto dalla vivacità e dalla verità della loro recitazione che non vedevo su una scena europea da molto tempo”.
In A puerta cerrada tre personaggi si trovano, dopo la morte, nella stessa stanza: sono Garcin, giornalista, Inès, impiegata alle poste ed Estelle, una donna ricca e mondana. Jean-Paul Sartre descrive qui “il suo inferno”: i protagonisti si interrogano sulla dannazione, nascondono le loro miserie, si giustificano per ciò che di sbagliato hanno fatto in vita, fanno di tutto per non cadere e morire, loro che sono già morti. Lo sguardo dell’altro, in questo testo che intende parlare di libertà, diventa una sorta di coscienza parossistica e ansiogena, simile a quella, secondo la lettura di Serge Nicolaï, a cui è sottoposta l’umanità contemporanea.



“Quando Timbre 4, compagnia di Teatro indipendente argentina, mi ha proposto di
allestire uno spettacolo nel proprio spazio di residenza a Buenos Aires, ho subito
pensato a Huis Clos. Questo testo mi ha colpito molto nel profondo, come un caro amico lasciato da parte in tutti gli anni di studi teatrali, resuscitato poi nel momento in cui mi è stato chiesto di curare una regia con attori nuovi.
Senza dubbio è chiaro fin dall’inizio che questi attori hanno un rapporto con la
recitazione di una libertà enorme, un rapporto di grande curiosità verso la pratica
teatrale, un’apertura tale da attingere a diversi riferimenti; il testo mi è parso quindi un supporto ideale, che coinvolge immediatamente il loro modo d’essere, i loro corpi e la loro identità di attori.
Inoltre, la scrittura di Sartre e il ritmo sostenuto del testo danno ai performer una rara gamma di possibilità di recitazione, una versatilità unica. Il mio desiderio di lavorare con attori argentini viene da lì: la ricerca di una verità nel recitare in una forma non classica, che risponda al loro desiderio di modernità. Essi esprimono infatti con entusiasmo una reale voglia di teatro ‘nuovo’, eco del loro desiderio di progresso all’interno di una società intontita da anni di politica nera. Sento in loro una necessità di esistere, di essere presenti, di sorgere nel mondo. La loro rapidità e vivacità. La voglia di fare!
Fin dall’inizio delle prove, mi sono permesso di eliminare dal testo alcuni elementi
accessori descritti nelle didascalie e che non fanno altro che “appesantire” il testo di dettagli. Inoltre, certe allusioni o giochi di parole di Sartre non trovano alcuna
pertinenza nella lingua spagnola. Un ‘adattamento’ era quindi necessario per evitare vuoti di senso pressoché impossibili da interpretare.
In questa arena in cui i protagonisti si scagliano l’uno contro l’altro, ci sono tre sedie, una porta chiusa (che conferma l’impossibilità a fuggire), quattro attori. È tutto. Non volevo vedere nient’altro che gli attori che vivono, ma che vivono senza comodità, senza grucce, ho tolto ogni elemento di mobilio.
Nel nostro ‘metodo’, se si può parlare di metodo al Théâtre du Soleil, lavoriamo fin
dalle prime prove con la musica. È il battito del nostro cuore, la piccola musica
interiore che ci anima. Ho quindi invitato il compositore e musicista Jean-Jacques
Lemêtre ad accompagnarmi in questo lavoro, lui che orchestra così meravigliosamente ogni mio passo d’attore da quindici anni al Théâtre du Soleil. Le musiche che ha composto sono pulsioni, echi, sogni, reminescenze.
In Huis Clos, i personaggi sono irrimediabilmente imprigionati ognuno alla propria forca, si agitano disperatamente per non cadere e morire, mentre in realtà sono già morti. Sappiamo fin dall’inizio che niente cambierà, sappiamo che non c’è nessuna via d’uscita, siamo all’inferno e dall’inferno non si esce. Tutto è fissato, come colato nel bronzo, così come i personaggi: loro cambieranno, niente si smuoverà. È uno spettacolo senza sviluppo morale.
Non dimentichiamo che questo testo ha visto la luce alla fine dell’anno 1943, in piena occupazione nazista. Le grandi retate erano già conosciute ai parigini, i francesi partigiani creano la Milizia, è l’anno del servizio al lavoro obbligatorio, della prima riunione a Parigi del Consiglio Nazionale della Resistenza sotto la presidenza di Jean Moulin, che sarà assassinato qualche mese dopo, è l’anno delle Forze Francesi Interne, l’anno in cui Pétain accetta tutte le condizioni dei tedeschi: La libertà è schernita, calpestata dall’occupazione.
Come avrei agito, io? Cosa avrei potuto fare? Questo solleva molte domande, ma
anche mettere in scena Huis Clos oggi, cosa vuol dire?
Vuol dire parlare della nostra società, della perdita di fiducia tra le persone, parlare di egoismo. Parlare della paura, dell’impegno politico, di resistenza, di sopravvivenza. Dobbiamo perdere speranza nella natura umana? O al contrario, ci uniamo alla resistenza? Come è possibile arrivare a sbranarsi nei momenti in cui dovremmo essere solidali? Perché non prendiamo esempio dalla storia?
Nel nostro lavoro sull’essere umano e la sua stupidità narcisistica, abbiamo quindi
tentato, con gli attori, di addentrarci a fondo nei meandri più neri dell’anima, così da estrapolare dal testo di Sartre tutta la sua essenza. Senza questa essenza, Huis Clos sarebbe riducibile ad un testo di repertorio, di cui rimarrebbe soltanto la polvere, un testo che solitamente si qualifica come ‘vecchiotto’. È un teatro di conflitto, in cui ciascun personaggio ha una propria ragione d’essere e in cui tutti i mezzi sono allora buoni per raggiungere il proprio obiettivo e ‘sopravvivere’.
Il linguaggio che usa il nostro corpo è quello del non detto, del sotto-testo. Abbiamo cercato, con Olivia Corsini (attrice del Théâtre du Soleil) di ridurlo alla più semplice espressione. Nessun gesto deve risultare inutile, rimane solo ciò che è assolutamente necessario, senza che valga la pena di fabbricare del falso. Abbiamo lavorato sull’immobilità, con tutte le sfumature e le semi sfumature che implicano le azioni. Un attore in scena compie troppi gesti, nel momento in cui deve colmare la sua impossibilità di apparire reale, pretendendo di essere ‘naturale’. Questi attori sono espressivi grazie alla sincerità. Non devono fare altro che vivere in questa scatola chiusa e aspettare.
La coesistenza di tre personaggi, in cui ognuno si trova davanti ai propri demoni,
dovendo assumere contemporaneamente il punto di vista degli altri. Questo sguardo terribile non può che essere accusatore, ridicolo, cattivo, giudicatore. Ma soprattutto succede che tutti e tre ne diventano dipendenti, perché sono imprigionati in uno spazio senza specchi, in cui la sola immagine che hanno di sé stessi, è attraverso lo sguardo degli altri!
Nella visione dell’inferno proposta da Sartre non c’è bisogno di carnefici o guardiani, dato che ogni personaggio lo diventa per gli altri, ma soprattutto, per lui stesso. I tre personaggi del dramma ne fanno l’amara esperienza, ognuno ossessionato dalla propria storia, ognuno in posizione di vittima sotto lo sguardo degli altri, ognuno condannato per l’eternità a subire il peso dello sguardo e della presenza degli altri senza via di scampo. Sono inseparabili e totalmente interdipendenti. E questo è per sempre.
Viviamo in una società in cui lo sguardo dell’altro sulla nostra vita assume un senso
parossistico.
I protagonisti di Huis Clos si sono uccisi tutti e tre (in modi diversi), così da potersi salvare dallo sguardo degli altri. È l’uomo stesso ad essere responsabile delle proprie azioni e del proprio destino, l’esistenza stessa e la conseguente permanenza dell’inferno è un richiamo alla responsabilità con cui dobbiamo usare la nostra libertà”.

Sergei Nicolaï

http://apuertacerrada-sergenicolai.blogspot.fr/
www.theatre-du-soleil.fr


Serge Nicolaï

Attore, regista e scenografo dal 1997, ha lavorato nella compagnia di Ariane Mnouchkine al Théâtre du Soleil negli spettacoli Et Soudain des nuits d’Eveil, Tambours sur la Digue, Le Dernier Caravansérail, Les Éphémères, e recentemente in Les Naufragés du Fol Espoir.
Ha lavorato con altri registi tra cui Irina Brook, Benoît Lavigne e Marta Stebnika.
Al lavorato come attore anche al cinema e in televisione.

Spettacolo

Programma

Vie Scena Contemporanea Festival è un'iniziativa di Emilia Romagna Teatro Fondazione
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